top of page

Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - Il contesto internazionale. Movimenti e istituzioni - 5 GLI ESULI, I RIFUGIATI POLITICI DEL RISORGIMENTO - Il decennio di preparazione (1849-1859) - Giovanni Berchet, un rivoluzionario moderato

Giovanni Berchet, un rivoluzionario moderato

Giovanni_Berchet.JPG

Giovanni Berchet

Giovanni Berchet nacque a Milano nel 1783, primogenito di otto figli, da Federico, un commerciante di origini franco-svizzere, e da Caterina Silvestri. Dopo aver frequentato le scuole dai barnabiti e avervi scoperto la sua vocazione per la letteratura e i classici, Giovanni venne introdotto, prima del compimento degli studi, nell’azienda di famiglia, un negozio di tessuti. Infatti il padre voleva che si impratichisse delle tecniche commerciali e, immaginando per lui un inserimento dignitoso e redditizio negli affari, gli fece imparare le lingue straniere: oltre al francese, che per i Berchet era la lingua degli avi, il tedesco e l’inglese. 
La conoscenza e l’uso di queste lingue lo misero in contatto con le varie espressioni del movimento romantico e lo aiutarono a precisare i suoi interessi culturali e letterari: nel 1807 pubblica la traduzione in endecasillabi sciolti del Bardo di Thomas Gray (che viene recensita da Foscolo) e nel 1810 la traduzione del romanzo di Oliver Goldsmith, Il curato di Wakefield. Negli stessi anni diede alle stampe due composizioni satiriche, che si rifacevano ai modelli di Parini e di AlfieriI funerali e Amore, e pare avesse sottoscritto un contratto di collaborazione non saltuaria con l’editore Destefanis per la traduzione di romanzi stranieri.
L’impegno letterario però mal si accordava con il lavoro del negozio: il padre se ne convinse e gli procurò un impiego presso la cancelleria del Senato del Regno italico.
Nel 1814, con la fine del Regno italico e il ritorno degli austriaci a Milano, il Berchet chiese con una supplica un nuovo incarico presso l’amministrazione pubblica dichiarando la sua predilezione per le belle lettere. L’incarico gli fu concesso sulla base della sua innocuità politica (la polizia lo certificava come onesto e buon cittadino) e sicuramente per la sua competenza di traduzione dal tedesco.
Nel 1816 Berchet pubblicò il saggio che ancora oggi è riconosciuto come il manifesto del Romanticismo italiano, ovvero Sul “Cacciatore feroce” e sulla “Eleonora” di Goffredo Augusto Bürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo Figliuolo. L’opera, provocata dalle discussioni che tra i letterati si erano sviluppate, in seguito all’articolo di Madame de Staël Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, rappresentò per l’autore un modo originale di intervenire nel dibattito culturale del tempo e, insieme, gli consentì di partecipare più intensamente alla vita culturale della Milano contemporanea, dove i gruppi romantici, che l’animavano con posizioni e programmi diversi, sarebbero stati protagonisti, di lì a poco della breve ma intensa stagione de «Il Conciliatore» (dal 3 settembre 1818 al 17 ottobre 1819). 
La rivista, a cui Berchet collaborò intensamente con articoli di informazione e critica letteraria sul carattere “popolare” della poesia e sulla funzione civile e pedagogica della letteratura, era finanziata dagli aristocratici liberali Luigi Porro Lambertenghi e Federico Confalonieri, comprendeva nel comitato di redazione l’abate Lodovico di Breme, il giurista e filosofo Gian Domenico Romagnosi, Ermes Visconti, un letterato e filosofo amico del Manzoni, Giuseppe Pecchio, studioso di economia, e poteva contare fra i suoi collaboratori Silvio Pellico. Il periodico divenne però ben presto sospetto alla polizia asburgica che ne impose la chiusura. Bisognava infatti ostacolare con ogni mezzo la diffusione di idee pericolose e sovversive quali quelle che vi erano sostenute: rifondare la cultura letteraria di una nazione e farne il motore del rinnovamento civile ed economico del paese. 
Cessate le pubblicazioni de «Il Conciliatore», Berchet si impegnò nella composizione de I profughi di Parga che sarà pubblicato nel 1823, a Parigi. Nel poemetto si narra un evento storico contemporaneo, una piccola questione diplomatica che fece molto scalpore nell’opinione pubblica occidentale. Nel 1819, quando, in ottemperanza a un trattato del 1800, la città-fortezza di Parga, situata sulla costa albanese, di fronte alle Isole ionie, viene ceduta dal governo inglese al rappresentante dell’Impero ottomano, Alì Pascià di Giannina, tutti gli abitanti cristiani della località abbandonano le loro case, piuttosto che restare sotto il dominio turco. 
Berchet era stato ispirato da un articolo di Foscolo, comparso sulla «Edinburgh Review»: ne aveva sottolineato e amplificato i toni in chiave romantica e patriottica, paragonando l’esilio volontario di massa dei parganioti al destino di tutte le nazioni oppresse d’Europa. 
Entrambi, Foscolo e Berchet, avevano trasformato la vicenda della cessione di Parga in un potente strumento di propaganda filoellenica, l’avevano rappresentata in modo funzionale a promuovere, con una modalità che oggi si definisce di “uso pubblico/politico” della storia, la causa della nazionalità greca e, insieme, di quella italiana.
Nel 1820, giusto poco prima dell’arresto di Silvio Pellico, Berchet aderì ai carbonari "federati” e, nel dicembre 1821, dopo il fallimento del moto insurrezionale in Piemonte e l’arresto di Federico Confalonieri, lasciò rapidamente Milano e, attraverso la Svizzera, riparò in Francia, a Parigi, dove fu accolto da amici francesi (Claude Fauriel, Victor Cousin, M.me Condorcet) e dalla comunità degli esuli italiani, tra i quali soprattutto il marchese Giuseppe Arconati e la moglie Costanza, già conosciuti a Milano, in casa di Manzoni. Sulla loro amicizia e sul loro sostegno economico Berchet potrà contare sempre. Infatti, nell’aprile 1822, raggiunto a Parigi da un ordine di estradizione, si rifugerà a Londra, dopo essere passato dal castello di Gaesbeek, nelle vicinanze di Bruxelles, dove nel frattempo gli Arconati si erano trasferiti.
A Londra Giovanni si sentiva davvero isolato: appartato dalla comunità degli esuli italiani, non legò neppure con Foscolo, del quale non approvava lo stile di vita; lontano dalla patria e dagli amici, trovò dapprima un lavoro modesto ma dignitoso come scrivano e contabile presso il commerciante milanese Ambrogio Obicini. Successivamente alcune speculazioni sbagliate (giocava in borsa e si indebitò) lo costrinsero, per evitare la prigione, a ricorrere a un prestito di Obicini e alla generosità degli Arconati.
Al periodo londinese (1822-1829) appartengono le sei Romanze (ClarinaIl romito del CenisioIl rimorsoMatildeIl trovatore; Giulia) e il poemetto Fantasie, nel quale Berchet rappresentò il sogno di un esule dal Lombardo-Veneto, che sempre ha «nel cor l’Italia, s’ella anche oblia chi l’ama». Sia il poemetto sia le romanze sono considerati tra i componimenti poetici più riusciti del nostro autore ed ebbero un grande successo nell’ambiente borghese e romanticizzante a cui erano destinati.
Durante l’esilio londinese viene prodotto anche il fitto carteggio con Costanza Arconati, uno scambio epistolare dal quale trapela il sentimento d’amore timido e profondo di Giovanni verso Costanza. Un carteggio che costituisce una fonte preziosa, assai interessante per la conoscenza di quella fase storica e dei suoi protagonisti.
Nel 1829 Berchet decise di accettare la proposta degli Arconati che lo volevano con loro in Belgio, come precettore del figlio Carlo. Cominciò così un periodo migliore per Giovanni che, accompagnando il suo giovane discepolo alle università di Bonn, Heidelberg e Berlino, entrò in contatto con esponenti della cultura tedesca, e nel castello di Gaesbeek, un punto di incontro e un luogo di conforto per tutti i fuoriusciti italiani, riprese e intensificò il suo lavoro di traduzione: le Vecchie romanze spagnole (che saranno pubblicate a Bruxelles nell’autunno del 1837) e alcuni canti popolari danesi ne sono i frutti degni di nota sia per l’impegno tipicamente romantico verso la poesia popolare sia per il loro valore artistico.
L’amnistia concessa dall’Austria agli esuli (6 settembre 1838) e poi la morte improvvisa (giugno 1839) del figlio Carlo, il giovane affidato alle cure di Berchet, indussero gli Arconati a rientrare a Milano nel 1840 e Berchet a trasferirsi a Parigi, dove si trattenne per altri cinque anni, fin tanto che, avvicinatosi alla posizioni monarchiche da repubblicano qual era, si decise a chiedere il permesso di risiedere in Piemonte e vi si trasferì.
A Milano, dopo le Cinque Giornate, prese decisamente posizione per l’annessione al Piemonte e per una soluzione monarchica, che unificasse le province settentrionali d’Italia. Con la sconfitta di Carlo Alberto si stabilì a Torino, venne eletto deputato come rappresentante di un collegio del Piacentino e in Parlamento si schierò con i moderati. Scaduto il mandato, si ritirò a Firenze. Ammalato e avvilito, trascorse gli ultimi anni vagabondando tra le stazioni climatiche del Regno di Sardegna: Nizza, Pallanza, Baveno, finché morì a Torino il 23 dicembre 1851, assistito dagli amici Giuseppe e Costanza Arconati.

Attività

1) Giovanni Berchet scelse o subì l’esilio? Per quale motivo?

2) Quali furono le tappe dell’esilio di Berchet? Indicale sulla carta geografica nella loro successione e con i riferimenti temporali, scegliendo per ogni tappa un’immagine significativa.

3) Lo studio e la conoscenza delle lingue straniere ebbero un ruolo rilevante nella biografia e nella produzione letteraria di Berchet? Spiega in che senso e in che misura in entrambi i campi.

bottom of page