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Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - Il biennio 1848-1849 - 3 SOGGETTI E PROTAGONISTI - Luciano Manara

Luciano Manara

La formazione

Luciano Manara nacque a Milano il 25 marzo 1825 figlio di un ricco avvocato. Dopo il liceo, pur non essendo nell’esercito asburgico, frequentò lezioni della Scuola di Marina a Venezia e acquisì una discreta cultura militare. Soggiornò in Germania e in Francia, imparando le lingue e conoscendo diverse persone che influenzarono le sue idee. Ma fino al 1847 condusse una vita elegante e oziosa, che gli valse il soprannome di Milordino, specie dopo il matrimonio con Carmelita Fè dalla quale ebbe tre figli. Frequentando i salotti delle migliori famiglie milanesi, conobbe Carlo Cattaneo, strinse fraterna amicizia con Emilio ed Enrico Dandolo e con Emilio Morosini, divenne intimo di Giuseppe Verdi con cui trascorse un lungo soggiorno a Firenze, culminato nella prima rappresentazione del Macbeth (marzo 1847).

Le Cinque Giornate

Non sembra che fosse in contatto con società segrete, né con la Giovane Italia di Mazzini, ma alla fine del 1847 fu preso dal clima antiaustriaco che si respirava a Milano. Effettuò un consistente acquisto di armi da fuoco e, all’alba del 18 marzo, insieme agli amici Dandolo e Morosini fu tra i primi giovani milanesi a partecipare agli scontri che diedero inizio alle Cinque Giornate. Nei giorni successivi fu sempre presente sulle barricate e il 21, quando Augusto Anfossi, che fino a quel momento aveva guidato le azioni, fu ferito a morte, ne prese il posto. Il 22 guidò l’assalto decisivo a Porta Tosa e da quel momento fu unanimemente riconosciuto come guida indiscussa dei compagni. Il 23 con i più valorosi combattenti delle barricate iniziò l’inseguimento delle truppe austriache in fuga da Milano. Poi si unì all’esercito piemontese nella Prima guerra d’indipendenza al comando di una colonna di circa seicento volontari: i Bersaglieri Lombardi.

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Luciano Manara

La Prima guerra d’indipendenza

Quando gli austriaci ritornarono a Milano il 6 agosto 1848, Manara con la sua colonna dovette rifugiarsi in Piemonte. Qui furono inquadrati nella divisione lombarda dell’esercito piemontese comandata dal generale Gerolamo Ramorino, Manara con il grado di maggiore. In questo modo parteciparono alla ripresa della guerra l’anno successivo, distinguendosi in una eroica ma vana resistenza alla Cava, alla confluenza fra Ticino e Po.  
Dopo la sconfitta di Novara e l’armistizio di Vignale, che obbligava il Piemonte a sciogliere i corpi dei volontari e non garantiva impunità a chi proveniva dai territori austriaci (cioè Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige), rifiutò di deporre le armi o entrare nell’esercito piemontese.

La difesa della Repubblica Romana

Decise invece con i suoi seicento bersaglieri di raggiungere Roma e il 29 aprile 1849 si mise a disposizione del governo repubblicano della città, nonostante che la sua posizione politica fosse monarchica. Il gruppo infatti volle mantenere l’uniforme scura e il cappello piumato dei bersaglieri piemontesi, con la croce di Savoia sulle cinture. Quando ai primi di giugno i francesi attaccarono Roma, partecipò alla difesa come capo di Stato maggiore di Garibaldi. Manara, che proveniva da un ambiente aristocratico, in un primo tempo aveva espresso diffidenza verso Garibaldi, uomo di origini popolane, vestito come un bandito, abituato a un modo di combattere che non seguiva certo le regole delle accademie militari, ma presto aveva imparato a conoscerlo e a stimarlo, riconoscendolo come il capo indiscusso della difesa militare. Dopo un mese di assedio, in cui caddero i suoi amici Enrico Dandolo e Emilio Morosini, il 30 giugno nella disperata resistenza a villa Spada fu ferito a morte. Qualche giorno prima di morire aveva scritto all’amica Francesca Bonacina, moglie del conte Spini: «Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto; affinché il nostro esempio sia efficace, dobbiamo morire».

Le difficili esequie

Caduta Roma, la famiglia non riuscì a ottenere dal governo austriaco della Lombardia il permesso di riportare in patria la salma. Lo stesso era successo alle salme di tanti altri caduti. Troppo alto, infatti, era il pericolo che i funerali diventassero un’occasione per manifestazioni antiaustriache. Per un po’ i corpi dei tre amici, Manara, Enrico Dandolo ed Emilio Morosini, rimasero sepolti in una chiesa romana, ma in un secondo tempo Emilio Dandolo riuscì a portarli a Genova e da lì clandestinamente, nascondendoli in casse per il trasporto di merci, a Vezia, vicino a Lugano, nella tomba di famiglia dei Morosini.
Solo nel 1853, dopo continue richieste e suppliche, l’imperatore Francesco Giuseppe concesse il permesso di portare Manara a Barzanò (dove la famiglia aveva una villa) purché fosse fatto in forma “strettamente privata”. Infatti una vera tomba in suo onore poté essere costruita solo nel 1864.

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Francesco Barzaghi, Monumento al patriota Luciano Manara,1894, Giardini pubblici di Porta Venezia, Milano

Guida alla Lettura

1) In quindici mesi intensissimi, tra il marzo 1848 e il giugno 1849, Manara passò dai lussuosi salotti di Milano alle barricate a Roma. In quei mesi prese diverse decisioni importanti per la sua vita e per quella dei compagni che lo seguivano. Prova a elencarle e confrontale con quelle che hanno individuato i tuoi compagni.

2) Se Manara era monarchico, perché credi che abbia deciso di andare a difendere la Repubblica Romana? Guarda anche la posizione del suo amico Emilio Dandolo.

3) Manara aveva conosciuto generali come Ramorino e come Garibaldi. A quale dei due diede il suo rispetto e perché?

4) Cosa credi che Manara abbia voluto dire, scrivendo all’amica Francesca che è bene che morissero per chiudere con serietà il Quarantotto? Chi intendeva per «noi»? Condividi la sua idea o avresti voluto un altro finale?

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