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Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - Un decennio di preparazione e di guerre (1850-1859) - 2 SPAZI, TEMPI, EVENTI - 2.5 La Seconda guerra d’indipendenza - L’inizio della guerra e i primi scontri sul Ticino

L’inizio della guerra e i primi scontri sul Ticino

L’ultimatum austriaco

Nella primavera del 1859 l’obiettivo di Vittorio Emanuele e del governo piemontese era quello di riuscire a farsi attaccare dagli austriaci. Può sembrare strano oggi, pensando che una guerra significa morti, feriti, distruzioni, eppure la riconquista della Lombardia (che era tornata sotto il dominio austriaco dopo il 1849) dipendeva in gran parte dall’intervento militare della Francia, ma Napoleone III sarebbe intervenuto solo in caso di aggressione austriaca. Così era stato stabilito con gli accordi di Plombières.
I piemontesi adottarono quindi consapevolmente una politica che risultò ostile e inaccettabile per il governo di Vienna: durante la primavera erano affluiti in Piemonte migliaia di volontari ansiosi di battersi contro l’Austria, l’esercito piemontese reclutò i più idonei, circa 10.000 uomini, che andarono a incrementare le truppe regolari raggiungendo le 65.000 unità. L’arrivo dei volontari da tutta la penisola diede una dimensione nazionale all’esercito dei Savoia, altrimenti composto di soli piemontesi e liguri. I volontari scartati dall’esercito regolare (perché troppo giovani o troppo vecchi), circa 3200 uomini, si raccolsero nel corpo dei Cacciatori delle Alpi sotto il comando di Giuseppe Garibaldi, nominato generale dal re.
L’ultimatum austriaco, che imponeva di congedare i volontari e ritirare le truppe dai confini entro tre giorni, venne ovviamente rifiutato e la guerra ebbe inizio.

I primi movimenti delle truppe

Gli austriaci avrebbero avuto ogni vantaggio attaccando rapidamente i piemontesi, prima che arrivasse l’esercito francese. Invece il feldmaresciallo ungherese Ferencz Gyulai, succeduto a Radetzky, aveva idee incerte sulla strategia da tenere e inoltre ci fu maltempo per tre giorni, quindi gli austriaci superarono il confine piemontese solo il 30 aprile, puntando verso Alessandria. Gli spostamenti erano faticosi, oltre che per il fango dovuto alle piogge, anche per l’allagamento di campi e risaie predisposto da Cavour. Gyulai non aveva informazioni sullo schieramento piemontese, ma sapeva che i francesi, arrivati per nave a Genova, avrebbero usato la ferrovia per portarsi sui campi di battaglia e Alessandria era appunto un nodo ferroviario.
Napoleone III giunse ad Alessandria già il 14 e, in quanto comandante supremo delle forze alleate, delineò una strategia di attacco lungo la direttiva Alessandria, Vercelli, Novara.

Le battaglie

Gli scontri importanti di questa prima fase furono tre: Montebello (20 maggio 1859), Palestro (30 maggio 1859), Magenta (4 giugno 1859).
La battaglia di Montebello fu combattuta dai primi contingenti francesi sostenuti dalla cavalleria piemontese. I francesi attaccarono alla baionetta il contingente austriaco asserragliato nel paese di Montebello e questo modo di combattere disorientò gli austriaci. L’intervento della cavalleria piemontese fu energico, coraggioso e decisivo. Stadion, il comandante austriaco aiutante di campo di Gyulai, non impegnò neppure tutte le truppe a sua disposizione, temendo un attacco da più direzioni e, al tramonto, ordinò il ripiegamento. La battaglia causò molte perdite: oltre 1000 tra morti e feriti agli austriaci, circa 600 ai francesi, e una quarantina di caduti nella cavalleria piemontese.
Le truppe franco-piemontesi dopo pochi giorni cominciarono ad attestarsi sul fiume Sesia in direzione di Novara e Magenta: questa era la direttrice principale degli eserciti alleati, per attaccare gli austriaci in territorio lombardo. Divenne necessario, dal punto di vista tattico, provocare uno scontro più a sud per confondere le idee di Gyulai.
Furono quindi i piemontesi, al comando del generale Cialdini, ad attaccare gli austriaci nei pressi dell’abitato di Palestro. Tra attacchi e contrattacchi la battaglia si protrasse diverse ore e, a un certo punto, sopraggiunse un reggimento di zuavi, un corpo specializzato francese che l’imperatore aveva messo a disposizione del re di Sardegna. La battaglia si risolse con una vittoria pur con numerose perdite: 700 piemontesi, 270 francesi e 1140 austriaci; ci furono inoltre circa 400 prigionieri franco-piemontesi.

Vittorio_Emanuele_e_gli_zuavi_a_Palestro

Luigi Norfini, Battaglia di Palestro: gli zuavi francesi con Vittorio Emanuele II
re di Sardegna battono gli austriaci
, 1863, Museo nazionale del Risorgimento italiano, Torino.
Vittorio Emanuele in persona guidò alcuni attacchi degli zuavi e, a fine giornata, gli zuavi
lo proclamarono caporale d’onore

La battaglia di Magenta fu lo scontro decisivo di questa prima fase della guerra. Vi presero parte quasi 56.000 soldati austriaci e circa 47.500 soldati franco-piemontesi.
Fu una battaglia molto cruenta: i francesi persero 564 uomini e altri 4000 sono da contare tra feriti, dispersi e prigionieri; ancora più dura fu per gli austriaci che persero 1368 uomini, ebbero circa 4360 feriti e circa 4500 tra dispersi e prigionieri. Nella battaglia morirono tre generali (due francesi e uno austriaco). Il ruolo dei piemontesi nello scontro è controverso.
All’inizio dello scontro francesi e piemontesi erano in una posizione difficile: si trovavano sulla sponda occidentale del Ticino e, per aprirsi la strada verso Magenta e da lì a Milano, dovevano attraversare il Ticino e poi il Naviglio. Gli austriaci erano attestati sulla sponda orientale del Naviglio e avevano tentato di far saltare i ponti sul fiume, riuscendo peraltro solo a danneggiarli. Napoleone pensava di attaccare gli austriaci da due lati: frontalmente e da nord con reparti affidati al generale Mac-Mahon, passando per Boffalora.
Dovette in primo luogo far gettare passerelle sulle strutture danneggiate dei ponti e allestire dei ponti di barche, che però non permettevano il passaggio dei pezzi d’artiglieria.
La battaglia fu resa più complessa dalle difficoltà di comunicazione sia nello schieramento francese, sia nello schieramento austriaco. I reparti comandati da Mac-Mahon intervennero in ritardo, quando i primi reparti dell’esercito avevano già attaccato e si trovavano in difficoltà. Quando intervennero comunque, a pomeriggio inoltrato, gli austriaci si trovarono a rischio di accerchiamento e si arroccarono in Magenta.
La battaglia si spostò nell’abitato, casa per casa, strada per strada, soprattutto nei pressi della stazione. Affluivano intanto anche i rinforzi e l’artiglieria franco-piemontesi, dato che alcuni ponti intatti erano ormai presidiati con sicurezza. Sopraggiunse anche un reparto di bersaglieri piemontesi, di corsa e al suono della fanfara: l’effetto rincuorante fu alto.
A fine giornata, sotto un temporale scrosciante, il massacro ebbe fine e gli austriaci iniziarono a ritirarsi.
Per Napoleone e Vittorio Emanuele si apriva la strada verso Milano.

Giovanni_Fattori,_Battle_of_Magenta.jpg

Giovanni Fattori, Campo italiano alla battaglia di Magenta, 1861, Galleria d'Arte Moderna, Firenze. 
La città è sullo sfondo, tra le nuvole dei colpi d’artiglieria. In primo piano sulla sinistra il carro dei soccorsi, sul quale una suora presta le prime cure a un ferito, mentre l’altra indica, probabilmente, qualcun altro da raccogliere

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