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Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - Il biennio 1848-1849 - 2 SPAZI, TEMPI, EVENTI - 2.3 Documenti da Belgioioso - I milanesi preparano la resistenza  

I milanesi preparano la resistenza

Dalle memorie di Cristina Belgioioso pubblicate in Francia (L’Italie et la révolution italienne de 1848-L’insurrection milanaise) e successivamente tradotte in italiano, riportiamo le pagine in cui si descrive come ai primi di agosto Milano si apprestasse a difendersi dal ritorno degli austriaci.

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Carlo Alberto dal balcone di casa Greppi tenta di tranquillizzare la folla di milanesi dopo la ritirata piemontese a Milano del 1848 durante la Prima guerra d’indipendenza

Il 3 agosto il re era alle porte di Milano colla sua armata: la nuova della loro venuta rapidamente si sparse per la città e gioia e fiducia parvero rinascere. Tutti dicevano: «Dunque il re vuol proprio difenderci; egli non ci abbandona. Dio gliene renda merito.» Il popolo s’attendeva ad una officiale dichiarazione di Carlo Alberto, sperava, informato dell’arrivo del re, conoscere i suoi disegni quali fossero. Era a mezzo corso il sole: nessun proclama: ognuno sospetto. Il ceto medio e ’l popolo cangiaron discorso. «È dunque il re alle porte? e se è vero, perché nascondersi? perché lasciarci allo scuro di sua venuta? Forse in noi non ha fiducia? E chi difenderà le nostre strade, le nostre piazze, chi guarderà le case, se non noi? Chi si terrà alle barricate? Forse vi saremo noi per nulla? E perché adunque non ci rende avvertiti di quanto passa... di quanto resta a fare?»
Volli assolutamente conoscere come la pensasse quell’infimo ceto, che l’alta società volea pur freddo ed indifferente predicava: percorsi io stessa i quartieri più poveri della città: entrai sotto l’umile tetto: interrogai l’artigiano da solo: lo studiai ne’ crocchi, che sulle pubbliche strade si formavano; n’ebbi dovunque una sola risposta, conobbi in tutti un solo sentimento: irresistibile brama di finirla coll’austriaco, sicurezza d’un esito favorevole, non scevra di diffidenza nell’esercito Piemontese. «E che faranno là a basso? mi diceva un uomo di una cinquantina d’anni, di forme atletiche, nei di cui tratti si leggeva un misto di bonomia e di astuzia: uno di quegli uomini, infine, nati per essere, come noi chiamiamo, capi di popolo: che faranno là basso? diceva, attorniato da una folla di curiosi, additando colla mano la Porta Romana: son tutti muti, che nessuno viene a dirci nulla? Eppure dovriano cominciare una volta questi soldati del Piemonte: noi il nostro posto lo abbiamo già – alle barricate: che la truppa dia che fare ancor per qualche giorno a quei croati... dopo, a noi fratelli. Allora vedrete se tutti vi saranno... ci vedrete all’opra... pietra a pietra demolite le nostre case le getteremo su l’austriaco: dei nostri corpi faremo un monte... ma non li lasceremo passare. […]
Per ordine del Comitato di difesa tutto quel giorno s’era speso in vettovagliare Milano: s’erano introdotte munizioni di guerra, uomini d’arme e di lavoro v’erano chiamati. Le guardie nazionali di Monza, di Como, e di Varese eran già arrivate; quei delle montagne stavano pronti per venire a nostro soccorso: i paesani dei vicini villaggi accorrevano in massa per dar mano alle fortificazioni e ripari, che rapidamente si costruivano. La vasta piazza d’armi, nel cui mezzo sorge il Castello, pareva lui campo trincerato, tagliato da fossi – da ridotti – da palizzate. S’erano ridotti i bastioni per sostenere l’assalto e cacciar il nemico: tagliati gli alberi che abbellivano il passeggio: fatte delle feritoie per approntarvi i cannoni: le case poste in istato di difesa: una forza imponente guardava i nostri principali edifici. Le sale dei palazzi Borromeo e Litta erano ripiene di palle e di bombe: vuotate le polveriere site a poca distanza della città, si erano provvisti i magazzini ed i depositi di Milano. Queste provvigioni, per quanto considerevoli, parevan scarse per sostenere un lungo assedio: il Comitato di difesa v’avea pensato: 60 mila kilogrammi di polvere erano stati comperati in Svizzera. Per maggior sicurezza s’avean murate due o tre porte, per dove si temeva potesse entrare il nemico; le altre erano tutte aperte, e tutto il giorno vi entravano convogli di vettovaglie: le più agiate famiglie avean fatta provvista almeno per un mese: ogni idea di superfluo era svanita. Il Comitato di difesa non avea tutto previsto, come in simili circostanze stato saria pur necessario: a lui spettava fissare un massimo pei generi di prima necessità: tal precauzione mancando, i viveri salirono già ne’ primi giorni ad un prezzo esorbitante. Non v’era difetto di nulla, ma il subitaneo aumento di popolazione, le devastazioni ed i saccheggi degli austriaci nelle provincie, l’accumulazione di tanti viveri nelle case particolari, l’ingombro delle strade per la emigrazione dei contadini, tutto aveva portato uno squilibrio di bisogni e di risorse. […]
Il 4 agosto alle sei del mattino il re era invitato ad una rivista della guardia nazionale. Non v’intervenne: frivolo pretesto ne adduceva essersi fatto un dovere di non porre piede in Milano, se non dopo cacciato l’austriaco al di là dell’Alpe: il generale Olivieri vi venne in sua vece. Volli esservi anch’io e là svanirono i miei tristi presentimenti del giorno prima. Solo chi ha vista la piazza d’armi di Milano, può farsi un’idea di quel sublime spettacolo: quando io arrivai, su tre de’ suoi lati stava schierata la guardia nazionale, sul quarto, quei soldati piemontesi che erano rimasti di riserva in Milano; 33 bandiere rappresentavano le 33 parrocchie della città. I paesani accorsi erano riuniti in battaglioni: le guardie nazionali delle vicine città ordinate per comuni: trentatré pezzi di artiglieria con i loro carriaggi assicuravano le risorse della città, anche senza l’aiuto de’ piemontesi: rinacque la fiducia nei presenti. Erano 30 mila le guardie nazionali colà radunate: molti capitani mi accertavano, che vi mancava ancora un terzo delle loro compagnie. Milano aveva adunque 50 mila guardie nazionali a sua difesa, uomini, donne, ragazzi, tutti erano pronti a vender cara la vita a pro della patria. […]

 

Da Principessa Cristina Triulzi-Belgioioso, L’Italia e la rivoluzione italiana (Dalla “Revue des Deux Mondes” 1848); aggiuntovi: Gli ultimi tristissimi fatti di Milano (narrati dal Comitato di Pubblica Difesa, con documenti), prefazione di Arcangelo Ghisleri, Remo Sandron Editore, Libraio della R. Casa, Milano-Palermo-Napoli 1904, in http://www.liberliber.it, pp. 31-33.

 

 

 

Guida alla Lettura

1) Qual è il sentimento della popolazione milanese (compresi i ceti più umili) nei confronti degli austriaci che si preparano a riconquistare Milano? Come la Belgioioso è in grado di farsene un’idea precisa?

2) Quali sentimenti si alternano nell’animo dei milanesi nei confronti di Carlo Alberto? Quali segnali li inducono a non fidarsi troppo di un intervento delle truppe piemontesi contro gli austriaci?

3) Come i milanesi si preparano alla difesa? Chi e che cosa entra in città? Da dove provengono uomini e merci?

4) Come si presenta la piazza d’armi il 4 agosto? Descrivila basandoti sul racconto della Belgioioso e indica di quanti armati era composta la Guardia Nazionale e quanti ancora se ne sarebbero aggiunti.

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