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Palermo: la conquista della città

La prima fase, alle porte della capitale


I garibaldini fecero alcuni tentativi di discesa diretta sulla città: il 21 maggio verso Monreale dove furono fermati dai borbonici e dove morì Rosolino Pilo e poi il 24 maggio presso Altofonte dove Garibaldi stesso rischiò di essere circondato dalla colonna di von Mechel. 

 

 


La strategia da guerriglia di Garibaldi


Garibaldi a quel punto organizzò una manovra audace e imprevedibile per gli ufficiali borbonici: avviò un piccolo convoglio con i pochi cannoni in possesso delle sue truppe, i carri con i feriti e i picciotti più indecisi verso Corleone. In un primo tratto del percorso seguì il convoglio con tutte le truppe per dare l’impressione che volesse ritirarsi. Deviò poi verso est con queste stesse truppe, lasciando la strada principale e attraversando le colline per viottoli mal segnati e poco battuti, sotto una pioggia insistente. I colonnelli von Mechel e Beneventano del Bosco continuarono l’inseguimento del piccolo convoglio di feriti convinti di costringere così alla ritirata i garibaldini. Intanto Garibaldi e il grosso dei suoi volontari nella giornata del 26 maggio arrivavano in vista di Palermo da sudest: superarono il ponte dell’Ammiraglio e si attestarono a Porta Termini. La porta era ben difesa da due cannoni che sparavano a mitraglia e da una nave da guerra che bombardava dal mare. Rapidamente i garibaldini e i picciotti costruirono una barricata per proteggere parzialmente il passaggio delle truppe che entravano in città. 

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Giuseppe Nodari, I garibaldini attraversano il ponte dell’Ammiraglio a Palermo, 1860

I garibaldini in città: guerriglia tra le case


Una volta che i garibaldini furono entrati in città gli equilibri si invertirono e i borbonici si trovarono assediati nelle fortezze cittadine. La popolazione della città, nonostante alcune brutalità dei primi garibaldini entrati, si schierò con Garibaldi (ma soprattutto contro i napoletani, che avevano reagito ai successi garibaldini con eccidi di rappresaglia contro la popolazione): in tutta la città sorsero decine di barricate, anche in muratura, alte e ben dislocate, tali da costituire una trappola per i soldati borbonici che ne avessero superata una, tanto più che i palermitani bersagliavano le truppe con fucilate, tegole e sassi dai tetti. I borbonici bombardarono la città dalle navi per tre giorni dal 27 al 30 maggio, ma senza esito. Proprio tra le truppe borboniche cominciarono invece gravi problemi di disciplina perché gli uomini, ammassati nelle fortezze, senza cibo e acqua, con poco spazio cominciarono a mostrarsi insofferenti e alcuni disertarono. 
 

La tregua e la resa dei borbonici
 

Dopo quattro giorni di combattimenti casa per casa, il 30 maggio il generale Lanza inviò a Garibaldi i plenipotenziari per chiedere una tregua che consentisse di alleviare le sofferenze dei feriti e dei soldati affamati. La tregua durò fino al 6 giugno e anche le colonne di von Mechel, giunte nel frattempo a soccorrere le truppe della capitale si adeguarono, nonostante la superiorità numerica. Disorientati dal sostegno dimostrato dai palermitani ai garibaldini e preoccupati per il malcontento tra le truppe spaventate i borbonici capitolarono il 6 giugno e iniziarono l’evacuazione che si concluse il 19 giugno.

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