Guida alla Lettura
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L’impresa dei Mille - 4 INTERPRETAZIONI E PISTE DI LAVORO - 4.3 Le fonti - Fonti consultate
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L’impresa dei Mille - 4 INTERPRETAZIONI E PISTE DI LAVORO - 4.3 Le fonti - Fonti consultate
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L’impresa dei Mille - 4 INTERPRETAZIONI E PISTE DI LAVORO - 4.3 Le fonti - Referenze delle immagini utilizzate nel modulo
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L’impresa dei Mille - 4 INTERPRETAZIONI E PISTE DI LAVORO - 4.3 Le fonti - Referenze delle immagini utilizzate nel modulo
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L’impresa dei Mille - 4 INTERPRETAZIONI E PISTE DI LAVORO - 4.3 Le fonti - Referenze delle immagini utilizzate nel modulo
Fonti consultate
L’impianto manualistico serve poco
L’impianto manualistico serve poco
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - La guerra nell’Ottocento: le battaglie e i modi di combattere nel Risorgimento - 3. Le forze armate - Bersaglieri e corazzieri
Referenze delle immagini utilizzate nel modulo
Bersaglieri e corazzieri
Fare l'Italia, fare gli italiani
Il processo di unificazione nazionale
Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L'impresa dei Mille - 2 SPAZI, TEMPI, EVENTI - 2.14 Capua e Gaeta - La caduta di Capua secondo Bianciardi
La caduta di Capua secondo Bianciardi
Ecco come in La battaglia soda Luciano Bianciardi descrive l’addio di Garibaldi alle truppe e la caduta di Capua per mano dei piemontesi. Bianciardi nel suo romanzo pubblicato nel 1964 racconta la vicenda, fingendosi il garibaldino Giuseppe Bandi.
«Vedete,» mi disse con quella voce che innamorava «vogliono bombardare a tutti i costi e io me ne vado perché non ho cuore di assistere a tanto barbaro spettacolo. Nessuno deve avere diritto di chiamarmi bombardatore.» Mi strinse la mano, salutò a voce alta i volontari che, rotte le file, gli si affollavano intorno: «Addio, figlioli, addio!» E sparì.
Un’ora dopo i bei cannoni rigati del general Mórozzo della Rocca aprirono il fuoco, e le nostre sparute batterie tenner loro bordone con la poca voce che aveano. Tutti insieme facevano un fragore straordinario, come una banda intera di giganteschi tamburi che rullassero di pieno accordo, e continuarono anche dopo buio con un fantastico gioco che pareva d’artifizio. Vedevo le bombe solcare il cielo nero come la pece e minaccioso di tempesta, per poi ricadere sulla città e sul fiume alle sue spalle, illuminandoli d’un lugubre chiarore. [...]
Spuntò livida l’alba e i cannoni tacquero a un tratto. Come già dissi, a noi che non s’era mai goduto lo spettacolo d’una città bombardata, parve che a Sebastopoli non si fosse fatta maggior gazzarra, ma stringi stringi l’assedio di Capua fu povera cosa. Imprecisi la più parte dei colpi, pochi furono i tetti sfondati e le muraglie rotte, e quando una bomba aprì la cupola del duomo, monsignor arcivescovo in persona corse dal comandante della piazza, e lo supplicò che smettesse quell’inutile distruzione, e di lì a poco i diecimila soldati e passa che formavano la guarnigione della città escirono gobbi e avviliti e vennero a posare i fucili sulla spianata che in tempo di pace serviva a fare l’esercitazione di piazza, d’arme. Capua era caduta.
Da Bianciardi L., La battaglia soda, Tascabili Bompiani, 2003, pp. 10-12.

Gerolamo Induno, Garibaldi sulle alture di Sant’Angelo a Capua, 1862, olio su tela, 64,5x52 cm, Gallerie di Piazza Scala, Milano