top of page

Sei in: Fare l'Italia, fare gli italiani - L'impresa dei Mille - 2 SPAZI, TEMPI, EVENTI - 2.13 Teano - Alberto Mario racconta l'incontro di Teano

Alberto Mario racconta l’incontro di Teano

Ve_Teano.jpg

L’incontro di Teano

Sulla strada per Teano si incontrano, il 26 ottobre 1860, l’esercito piemontese, proveniente dal nord e guidato da Vittorio Emanuele e l’esercito meridionale comandato da Garibaldi che, nell’occasione saluta Vittorio Emanuele come re d’Italia. Ecco lo storico evento nella testimonianza di Alberto Mario.  
 

All’alba, dopo ch’ebbi condotti all’avanguardia i carabinieri genovesi sulla via di Teano, in un punto ove la strada piega a manritta, mi soffermai con Nullo, ad una vecchia casa abbandonata, e divisi seco lui fraternamente l’agnello della sera che m’aveva lardellata la saccoccia. Ivi un drappello di lancieri piemontesi, i quali, fiancheggiando la fanteria, perlustravano la campagna, ci annunciò che il re si approssimava. Nullo, fresco del ritorno, l’aveva visitato nella notte, portatore d’un dispaccio di Garibaldi, e la Maestà Sua, scesa di letto, lo ricevette in pianelle, in berretta da notte, e in vesta da camera. Riferendomene alle sensazioni del mio amico, parrebbe che l’insensibile traspirazione della sacra reale persona non fosse precisamente identica all’ambrosia onde Omero involve ad’odoroso zodiaco i suoi numi guerrieri.

Noi percorrendo, a traverso i campi e sui primi abbozzi d’una ferrovia, l’ipotenusa del gomito descritto dalla strada, ci arrestammo ad un bivio per attendervi Garibaldi. Proveniente da Venafro, sfilava verso Teano l’esercito settentrionale, e la banda di ciascun reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna, sostava da lato a rallegrarne il passaggio con musiche marziali; quindi le si ricongiungeva alla coda. Il sito d’intersezione delle due strade era abbastanza capace, e l’adornavano una casa rusticana e una dozzina di pioppi. Terreni arati all’intorno, e radi alberi e viti ingiallite dallo autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa. Non tardò guari a giungere Garibaldi. Sceso di sella, si pose sul davanti a guardare la truppa con lieta pupilla. Della Rocca, generale d’armata, gli si accostò cortesemente.

Alcuni uffiziali salutavano con visi sfavillanti; la più parte, fatto il saluto prescritto dal regolamento, procedeva oltre, inconsapevole o indifferente che il salutato fosse il liberatore delle Sicilie; sarebbesi detto in quel cambio, che essi  fossero i liberatori, e Garibaldi il liberto.

Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s’intese la marcia reale.

– Il re! disse Della Rocca.

– Il re! il re! ripeterono cento bocche.

E in vero una frotta di carabinieri reali a cavallo, guardia del corpo, armati di spada, di pollici e di manette, annunziò la presenza del monarca sardo. Il re, coll’assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori; Fanti, ministro della guerra, e Farini, viceré di Napoli in pectore, esso pure insaccato in una capace tunica militare; tutta gente avversa a Garibaldi, a codesto plebeo donatore di regni.

Disotto al cappellino Garibaldi s’era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempia dalla mattutina umidità. All’arrivo del re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto.

Il re gli stese la mano dicendo: – Oh! vi saluto, mio caro Garibaldi: come state?

E Garibaldi: – Bene, Maestà, e lei?

E il re: – Benone!

Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò: – Ecco il re d’Italia!

E i circostanti: – Viva il re!

Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle truppe, s’intrattenne qualche tempo a colloquio col generale. Postomi con istudio vicino ad ambedue, ero vago d’intendere per la prima volta come parlino i re, e di avverare se all’altissimo grado corrisponda l’altezza dell’ingegno e del pensiero. La situazione era epica: suolo campano e Capua a poca ora; grandi ombre di consoli romani e di Annibale; incontro degli eserciti di Castelfidardo e di Maddaloni; vigilia della battaglia; contatto della camicia rossa e della porpora; d’un principe ricevitore e d’un popolano datore di una corona; trasformazione d’un regolo in re d’Italia.

Sua Maestà favellò del buon tempo e delle cattive strade, intercalando le considerazioni con rauchi richiami e con alcune ceffate al nobile corsiero irrequieto. Indi si mosse. Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il quartiere generale garibaldino alla rinfusa col sardo.

Ma a poco a poco le due parti si separarono, respinta ciascuna al proprio centro di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell’altra a parallela superbe assise lucenti d’oro, d’argento, di croci e di gran cordoni.

Se non che, immezzo alla vanità di queste umane grandezze sorgeva in atto benigno e vestita di realtà l’idea d’una buona colazione che i regi cuochi precorsero ad imbandirci presso Teano. In tanto strepito d’armi e corruscare di spallini e ondeggiare di cimieri, i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi.

Dei due che precedevano, ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli occhi sul più bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul re, e, trattenuto d’un passo il cavallo, inculcava loro con molta intensità d’espressione:

– Ecco Vittorio Emanuele, il re, il nostro re, il re d’Italia; viva lui!

I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendendo sillaba di tutto ciò, ripicchiavano il Viva Calibardo!

Il povero generale alla tortura sudava sangue dagli occhi, e conoscendo come il principe tenesse alle ovazioni e quanto la popolarità propria lo irritasse, avrebbe volentieri regalato un secondo regno pur di strappare dal labbro di quegli antipolitici villani un Viva il re d’Italia! anche un semplice Viva il re! Ma la difficoltà si sciolse prontamente, perché Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo. Tutti noi gli si galoppò dietro, e con noi Farini, il quale, agguantata la testa della sella, curava poco le redini e meno le staffe, e ad ogni movimento della bestia le brache aggroppavansigli alla volta delle ginocchia. Per buona sorte il re, oltrepassati i villani, si rimise al passo, rassettò la tunica, raddrizzò il berretto, asciugò il sudore e riatteggiossi decorosamente. Al ponte d’un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al re; questi proseguì sulla strada suburbana, quegli passò il ponte, e separaronsi l’un l’altro ad angolo retto.

Noi seguimmo Garibaldi, i regi il re.

Garibaldi smontò di sella nel propinquo sobborgo, e condusse il cavallo ad uno stallaggio di barocciai a lato della via. Imitato l’esempio, traemmo i nostri ivi dappresso, guardandoci a vicenda trasecolati.

– Dov’è andato il re?

– Di là a colazione.

– E Garibaldi non vi fu invitato?

– Ma?

Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zasio, e vi trovai il dittatore seduto su una piccola panca, a due passi dalla coda del suo cavallo: stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione.

Una bottiglia d’acqua, una fetta di cacio e un pane. L’acqua per giunta infetta.

Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò dicendo tranquillamente:

– Dev’esservi nel pozzo una bestia morta da un pezzo.

Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. Il sembiante di Garibaldi m’apparve sì dolcemente mesto, che mai mi sentii attirato verso di lui con altrettanta tenerezza. 
 


Da Mario A., La camicia rossa, Edizioni Antilia, Treviso 2011. Il testo è consultabile per intero qui
 

 
 
 

 
Guida alla Lettura

1) Come è descritto il luogo dell’incontro nella testimonianza di Alberto Mario? Si capisce in quale periodo dell’anno ci troviamo? 

 

2) Quali eserciti stanno sfilando? Come si differenziano i due eserciti? Quali aspetti Mario mette in rilievo?  

3) Quali aspetti del re e di Garibaldi vengono messi a confronto nella testimonianza che Alberto Mario ci ha lasciato sull’incontro di Teano? Come sono descritti i due personaggi?  Individua un paio di espressioni che Mario attribuisce a Garibaldi e al re.

 

4) Come si comporta la folla che assiste all’incontro?  

 

5) Come reagisce il re? Perché lo fa, secondo te? Esprimi il tuo giudizio sul suo comportamento. 

6) Ti sembra che la situazione possa definirsi “epica”, ovvero meritevole di essere raccontata? Perché? Sei d’accordo? Spiega perché sì o perché no.  

 

7) Quali sono, a tuo avviso, i sentimenti dell’autore? Quale la sua intenzione comunicativa?
Dalla narrazione che idea ti sei fatto dei due personaggi? Esprimi il tuo parere e confrontati con i compagni e le compagne.

bottom of page